Farsi prossimo

Il Vangelo del prossimo venerdì sera è una delle pagine più forti del Nuovo Testamento. Mai dovremmo stancarci di leggerla, di ritornarvi in continuazione mai sazi di possederne il significato ultimo: la vita di fede non è la conoscenza intellettuale o sentimentale di una verità; è una prassi. E' farsi prossimo. E non per ottemperare a una legge religiosa (fare la carità, essere caritatevoli: "ama il prossimo tuo come te stesso") bensì per conoscere ciò che sta nel cuore dell'uomo e poter arrivare fino in fondo alla strada che la legge indica, rimuovendo le tante cose che impediscono di osservare/obbedire davvero alle esigenze di vita che la Legge prospetta, di coglierne il senso più profondo, ultimo.

Per troppi secoli abbiamo creduto che si potesse parlare di Dio attrrverso nozioni che, a partire da scuole filosofiche diverse, arrivavano ad affermare l'esistenza dell'Essere Supremo. La pedagogia della fede considerava essenziale il raggiungimento della certezza che "Dio esiste" attraverso vie razionali, ossia per mezzo dell'esercizio prodotto dall'uomo con la sua ragione e l'edificazione di un sistema di regole conseguenti. Un'esigenza ricca di significati, ma con un rischio fatale: costruire un Dio pensato dall'uomo, un Dio interno alle misure umane, contemplato a propria immagine e somiglianza, quelle dell'uomo capovolto e amplificato all'infinito.

Il Vangelo ci restituisce un cammino diverso, anzi opposto a quello: non un itinerario che va dall'uomo a Dio, bensì un percorso che inesplicabilmente ha condotto Dio all'uomo.

Gesù Cristo è quest'operazione narrativa. Le parabole sono il suo geniale genere letterario. 

La parabola del "buon samaritano" appare centrale per superare i limiti e le contaminazioni "religiose" della conoscenza di Dio, bisogna incrociare il volto dell'uomo. Una conoscenza che ha a che fare con l'amore: conosce l'uomo chi l'ama.

La parabola mette in scena, anzitutto, un anonimo viandante: un uomo, uno qualsiasi, senza identità precisa, potrebbe essere chiunque. E' un umano.

Il problema sarà, appunto, l'essere disposti a riconoscerlo come "prossimo", a "farsi prossimo" superando le eventuali barriere che separano da lui.

La legge (ama il prossimo tuo come te stesso) ha propriamente questo scopo: educarmi a uscire da me stesso per vedere l'altro, a mettermi nei panni dell'altro, a guardare il mondo da lì.

Ma altri personaggi che la parabola descrive stanno a indicare che obblighi e divieti della Legge rendono talvolta possibile trincerarsi dietro di essa per evitare di vedere l'altro ed eludere le domanda che gli pone.

Passa poi un samaritano (uno di fede imperfetta, uno straniero, se non addirittura un nemico) e assume la prassi della prossimità: si fa prossimo!

Le azioni del "buon samaritano" sono il luogo della vera conoscenza di Gesù. E nella conoscenza di Gesù c'è la vera conoscenza del Padre, il "chi è Dio".

I Padri della Chiesa hanno sempre insistito su Gesù come il buon samaritano. E lui che si fa prossimo all'uomo abbandonato e che se ne prende cura. Allontanatosi, chiede ad altri che, a loro volta, se ne prendano cura "fino al suo ritorno".

Qui, per i cristiani, è il punto più profondo della parabola: se ci è dato di andare incontro agli altri, è perché prima un Altro ci è venuto incontro! La sua azione rende possibile la nostra... "fino al suo ritorno"

Resta da dire che sono tanti coloro che non credono nel Dio di Gesù Cristo e che pure operano a favore dell'umanità. Essi sono - lo sappiano o no - interni all'economia dell'amore che caratterizza la storia verso il Regno di Dio... Sostenitori, forse, di quella implicita conoscenza di Dio, di quella fede, presente nella storia, sulla quale Gesù stesso ebbe a domandarsi se l'avrebbe o meno ritrovata sulla terra... al suo ritorno".

Quelli che dettero inizio alla Rindertimi, nel 1993, vollero scrivere alla fine dello Statuto dell'associazione che al di là di quanto scritto nelle regole statuarie, lo stile sarà quello di farsi prossimo agli altri.

Un richiamo che è rimasto fino ad oggi, pur nella incoerenza e nelle incapacità di darne testimonianaza. 

 

Associazione Rinderimi

Continua a leggere

Caro Angelo

Caro Angelo, 

invio a Te queste poche righe, affidandole alla “laicità” tua e della Testata che dirigi, la quale non disdegna di ospitare anche note poco usuali, non certo per il contenuto quanto, piuttosto, per il linguaggio e il taglio dello scritto.

Poche righe per esprimere prossimità alle parole e alle azioni di don Carmelo, parroco di Lampedusa, venuto lo scorso anno ad Avezzano su invito della “Tavola della Pace – Marsica” per dare una testimonianza diretta di quanto avviene alla “Porta” dell’Italia e dell’Europa.

 

Il quotidiano “Avvenire” del 27 giugno riportava le parole del prete e dei suoi parrocchiani che da giorni dormono sul sagrato della chiesa in segno di solidarietà alla sfida della Sea Watch, la nave che tiene a bordo i naufraghi salvati in mare, ai quali per due settimane è stato impedito di sbarcare per direttiva ministeriale del Governo italiano e di una legge in controtendenza con il divenire della civiltà internazionale.

E c’è la rabbia del sindaco di Lampedusa che dichiara: <<è tutta una sceneggiata mediatica e di pessimo gusto. Il porto è aperto e altri migranti arrivano e vengono scortati dalle Forze dell’ordine all’interno del porto”.

 

Articoli di stampa e dibattiti televisivi si stanno occupando dei problemi giurisdizionali, dell’esercizio della sovranità dello Stato, dei diritti e doveri derivanti dagli obblighi internazionali… Le ultime immagini sull’ arresto della Capitana della nave hanno mostrato tutta la virulenza di un degrado etico e di una volgarità che prelude ad ulteriori violenze ed espressioni disumane, oramai fatte esplodere da un’ incultura politica che si reputava seppellita oltre settanta anni fa, una volta per sempre!

Io vorrei manifestarti, caro Angelo, la soddisfazione – oggi per allora – per il fatto che all’inizio del millennio (era esattamente il 2000) la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, approvata a Bruxelles, non menzioni le “radici cristiane”dell’Europa – allora invocate da alcuni esponenti della cultura religiosa – negando al Vecchio Continente l’esplicito riferimento a un’eredità spirituale del cristianesimo (laddove si parla di centralità dell’uomo come “persona”, della dimensione relazionale e della solidarietà, ecc…)

La reale inattività che ha avvolto la sonnacchiosa Europa, inerme di fronte alla drammatica situazione di tanti individui e noncurante di tanti sbandierati principi (come quelli che si stanno dimenticando a ridosso dei confini europei) smentirebbe oggi sonoramente quelle presunte radici cristiane!

Lo stesso san Benedetto – dichiarato patrono d’Europa (seppure quasi sconosciuto ai più) – apparirebbe fuori posto ed autentico “obiettore di coscienza” se si andasse a rileggere nella sua “Regola” l’atteggiamento da assumere di fronte all’accoglienza del forestiero (il diverso, colui che viene da lontano): quando giunge l’ospite, l’Abate gli vada incontro, si inchini profondamente davanti a lui, gli lavi le mani e i piedi, perché è come se avesse ricevuto lo stesso Cristo”. Questo era il concetto del “Patrono d’Europa” e l’atteggiamento da assumere verso chi si presenti alla soglia della porta, soprattutto verso il povero e lo straniero, “ospiti che sopraggiungono ad ogni ora” (straordinari i capitoli 53 e 66).

L’ospitalità non è una cosa riservata ai monaci: è responsabilità di ogni cristiano. Basti ricordare la pagina – che ha più di quattromila anni – relativa ad Abramo (da tutti considerato “padre di ogni credente”) che riconosce il bisogno degli stranieri che sopraggiungono e offre loro l’essenziale per l’ospitalità: l’ombra delle querce, una focaccia (la “nostra” pizza, diremmo oggi), latte fresco e latte acido.

E’ la condivisione del ristoro, del pasto, nella sobrietà e nella gioia. Perché prima dell’ospitalità delle convinzioni etiche e giuridiche c’è l’ospitalità dei corpi.

E c’è da domandarsi quanti assertori del diritto, quanti pastoralisti, quanti cosiddetti “buonisti” hanno, in realtà, mai invitato in casa uno straniero, condiviso con lui un pasto, ne hanno ascoltato la storia, hanno stretto le sue mani, lo hanno veramente guardato negli occhi, se non altro per scorgere se abbia ancora lacrime da versare…

 

Quell’accoglienza praticata da Abramo ha ispirato i Padri della Chiesa (Origene, Girolamo…) a leggere in quei tre stranieri la presenza dell’unico Dio che visita l’Umanità: la Trinità, raffigurata nella straordinaria icona di Rublev – oggi presente in moltissime chiese e nelle liturgie delle comunità cristiane – denominata, appunto, “icona dell’ospitalità”, dell’amore per gli stranieri: filoxenia.

Allo smarcamento penoso di una labile e burocratica Europa fa eco l’imbarazzante silenzio di una parte della cristianità, solerte – questo sì – nell’adorazione trinitaria e nella processione del corpo mistico di Gesù, non sempre altrettanto attenta al corpo reale dei poveri di oggi. Insieme a quei gruppi di cristiani si schierano vari politici e i benpensanti che si compiacciono nell’affermare che “bisogna aiutarli a casa loro” (cioè bisogna portare il pane  e la civiltà nei Paesi da cui le migrazioni partono). Pensiero – questo sì – “buonista”:  la storia non ha mai mostrato la veridicità del pane che va verso i poveri. E’ sempre stato il contrario: i poveri sono sempre andati verso il pane e là dove si prospettava un’esistenza migliore!!

Accoglienza non è mai apertura indistinta e indefinita. Essa esige un’accurata responsabilità di chi fa ospitalità, come pure dell’ospite che sopraggiunge. E tutto trova il limite insuperabile che è la persona e lo stato di necessità di colui che arriva in un’altra terra: riparo, ristoro, cure essenziali, attenzione alla sua storia… cui deve seguire una reale capacità di una casa, di un lavoro, di un’educazione scolastica, di un inserimento progressivo ai diritti di cittadinanza, tutto ciò che definisce la dignità di un individuo perché esso possa entrare a far parte di una società e sentirsi man mano di potervi appartenere, senza violarne la storia e le tradizioni, senza perdersi nei mille rivoli di possibili degradazioni, senza dover percorrere le scorciatoie abbrutenti della marginalità o della criminalità.

Penso che non esista un’ospitalità “predeterminata”. Ma ritengo anche che non possa essere un decreto ministeriale a definire il significato di “persona” da attribuire allo straniero che giunge alle soglie della porta d’Europa, ancor più stremato dalla storia vissuta… tanto da stabilire se poche decine di individui debbano essere “raccolti” nella situazione di rischio esistenziale nel quale si trovano.

Sì, grazie a Dio, quest’Europa non ha “radici cristiane”!

​​​​​​      Gino Milano,

 

Associazione Rindertimi

 

 

 

Continua a leggere

© 2019 Associazione di Volontariato e Cooperazione Internazionale Rindertimi - Avezzano (AQ). Tutti i diritti riservati - Area gestione